La disperazione ha il sapore dell’acqua. Quando l’autismo diventa racconto.

imageOggi é la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. E io voglio regalarvi un racconto “La disperazione ha il sapore dell’acqua”, che scrissi un paio d’anni fa e col quale mi classificai seconda alla terza edizione del Premio Letterario Coppedè.

É bello, ma fortemente sconsigliato a chi non é disposto ad appensantirsi il cuore. Per tutti gli altri, buona lettura. E fatemi sapere cosa ne pensate!!!

 

LA DISPERAZIONE HA IL SAPORE DELL’ACQUA

Dai Eli, contiamo fino a dieci. Uno, due, tre… dai piccola, pochi secondi ancora e i tuoi rantoli di rabbia si scioglieranno finalmente nell’acqua buia, fino a diventare cibo per pesci. Li senti? Li senti piccoli e viscidi scivolare tra le nostre gambe e incastrarsi poi tra i tuoi capelli? Quattro, cinque, sei…
Dai, Eli, calmati. La collera che da sempre ingozza il tuo corpo non si è ancora esaurita: vedo le tue braccia agitarsi, la schiuma sporcarti il viso, e se tengo a bada il mio respiro ti sento ancora urlare… sette, otto…
Peste che sei! Stasera mi hai costretto a chiuderti in macchina e a portarti in giro per Roma, fino a Villa Borghese, dove nessuno può vederci, nessuno può più udire le tue grida malate… nove, dieci…
Ecco da brava, mia bimba adorata, fermati, placa il demonio che cresce nelle tue vene e torna qui. Torna a guardarmi con quegli occhi tondi che avevi quando da piccola correvi in giardino. Laddove ora trascorri ogni giornata che Dio ti dona.
Ormai è un appuntamento fisso. Quando arrivo a casa tu sei lì che mi aspetti, in silenzio, con le ciglia spalancate come finestre a picco sul mare. E che al mare hanno rubato la luce.
E non importa che faccia caldo o freddo: tu te ne stai lì, rannicchiata su quella panchina mezza divelta, per ore. Più volte mi sono chiesto se ti annoi, se la noia è uno stato d’animo che percepisci. O se invece in quei momenti di assenza, a cavalcioni su un tappeto volante, non girovaghi in un mondo che noi altri non possiamo neanche immaginare.
Poi quando ti passo accanto mi guardi e scuoti una mano, come a dirmi «vieni qui, stai con me. Dondola con me». Ed è inutile ribadirti che no, non si può stare lì tutto il giorno a contemplare il cielo e a contare le foglie dell’albero sopravvissute alla neve dei giorni scorsi. Tu fai finta di non sentire. Ma che capisci io lo so: d’un tratto ti oscuri in viso, incurvi le sopracciglia e assumi quella tua faccia da “lupo cattivo”. Se poi io insisto cominci a batterti le mani sulle orecchie. Come a dirmi «stai zitto, smettila. Tanto non ti sento». Perché tu non vuoi che io ti parli. Tu vuoi soltanto che io stia lì, accanto a te, ad aspettare che il tempo passi. Ad aspettare che il mondo cambi.
Ma il mondo non ti ascolta, cuore mio. Non segue la danza delle tue pupille, i pensieri che la mente trasforma in parole, ma che le tue labbra tengono poi prigioniere e mute.
Dai, vieni qui, sediamoci sotto al tempietto di Esculapio ora che nessuno può vederci, guardiamo le acque assassine del laghetto – adesso imbiancate di gelida neve – e stiamocene abbracciati, stretti stretti come due innamorati al primo appuntamento. Oooh issa, quanto pesi!
Bella che sei, però, amore mio! Mi perdo fra le pieghe della tua pelle diafana, scivolo verso la bocca arricciata, e risalgo poi lungo le guance paffute, ora coperte da una sottile coltre di ghiaccio. E poi ecco gli occhi.
Sono cerulei, freddi, immobili, e molto meno tondi di come erano quando ti strinsi per la prima volta tra le mie braccia, ossuta e grinzosa.
Non eri bella, allora, piccola mia. L’improvviso distacco della placenta costrinse il ginecologo a farti nascere due mesi prima del previsto, e la carne non aveva ancora avuto il tempo di arrotondarti le braccia e riempirti le gote. Eri sproporzionata, è vero, ma eri mia. Eri la mia piccola, piccolissima Elide. Ti stringevo al petto e giuravo al cielo che ti avrei protetta, che per te avrei lottato contro qualunque cosa. Ma ho perso. Impunemente. E senza neanche combattere.
Ho perso perché non avevo previsto che il mostro che avrebbe accartocciato la tua vita – e la mia – cresceva silenzioso nelle tue viscere.
Non l’ho mai visto, ma lo immagino: ha braccia lunghe e una pancia gonfia. Pigro e inetto, trascorre le sue giornate poggiato alle sinapsi vivide della tua mente, e con gli artigli strappa via la tua felicità, le tue parole, la tua voce. E poi se le mangia, in un sol boccone.
È un mostro, quello che si nutre di te, che i medici chiamano disturbo pervasivo dello sviluppo, gli ignoranti ritardo mentale. Per chi ti ama la tua malattia è invece diventata una ragione di vita. Una di quelle che ti riempie l’esistenza, la ingrassa, fino a soffocarla. E’ una malattia che fa star male te, ma uccide noi.
Credi forse che sia facile sopravvivere sapendo che la tua è una vita che oscilla sull’abisso del nulla, che quando non ci saremo più noi tu sarai soltanto un pezzetto di legno alla deriva? Credi forse che sia umanamente possibile lottare ogni giorno contro un nemico sconosciuto? Dell’autismo si sa poco, o nulla. Come arriva o se ci sarà mai una cura per sconfiggerlo è un mistero a cui la scienza, oggi, non ha ancora saputo dare risposta. Ed io invece sono proprio quelle risposte che vado cercando, tra le pieghe delle mie dita, tra le tue.
No, figlia mia, non è un gioco! E a rendere il tutto ancora più insopportabile ci si mettono quelli là.
Li vedi quelli che passeggiano sulla stradina acciottolata laggiù? No, ora non ci sono, ora è notte, fa freddo, è inverno… però se lavori un pochino di fantasia puoi scorgerli.
Ecco, devi sapere che quegli individui lì amano sbrodolarsi di belle parole – ne hanno impataccati i colletti a righe delle loro camicie inamidate – poi però quando gli sei vicino, a un palmo dal loro naso, con gli occhi che gocciolano disperazione e le labbra asciutte, ormai incapaci di chiedere ancora aiuto, loro voltano le spalle. Lasciandoti affogare in quest’acqua che puzza di malasorte.
Non ne posso più Eli! Papà è stanco. Stanco di rincorrerti, di indovinare continuamente le tue sofferenze e le tue prossime mosse. Stanco pure di camminare in punta di piedi ai bordi di quel territorio scivoloso che è la tua mente. Non ne posso più di tapparti la bocca per soffocare le urla, e sorbirmi al contempo i tuoi morsi. E ormai odio persino raccogliere i pezzetti di carta in cui riduci qualsiasi foglio ti capiti fra le mani, i resti delle bottiglie di plastica che senti l’impulso di svuotare.
Quando il dottor D’Amico, quella calda mattina di novembre, ci chiamò nella sua stanza e ci disse «Siamo quasi certi che Elide sia affetta da autismo», io e mamma facemmo spallucce, ancora ignari dell’inferno in cui il tuo mostro panciuto ci avrebbe trascinati.
Eravamo finiti in quel maledetto reparto pediatrico perché qualcosa in te era cambiato: i tuoi occhi avevano smesso di cercarci, le labbra parevano aver dimenticato di colpo cosa fosse un sorriso. E poi avevi preso a compiere quei gesti ripetitivi, inutili, fastidiosissimi. Dio quante sculacciate ti ho dato, piccola mia! Fino a quella mattina, quando il mondo, zolla dopo zolla, ha cominciato a crollarci addosso.
«Vi abituerete», ci disse il medico. Vi abituerete un cazzo, per Dio! Sono passati trent’anni e cosa è cambiato?
Tu sei ancora come una bambina di due anni: non hai amiche con cui spettegolare, un fidanzato da amare, né un lavoro. E passi le tue giornate errando tra i vialetti scoscesi di chissà quale mondo. Oh, Elide, se solo tu sapessi quant’è doloroso restare ai margini del tuo giardino segreto, e quanto vorrei invece entrare anche io in quella foresta fitta e buia dentro la quale ti muovi alla ricerca di Dio solo sa cosa!
Ricordo ancora quella frase dipinta sulle pareti del reparto di neurologia pediatrica:
“Va bene malattia, questa notte facciamo amicizia, questa notte siamo amici intimi. E domani mi sveglierò, con un cuscino rigato e lo sguardo un po’ più grande. D’accordo malattia, questa notte fammi soffrire e se vuoi anche domani, e dopodomani. Un mese, un anno, divertiti un po’, ma per sempre, per sempre no”.
Per sempre no… appunto! Vaffanculo! Fanculo a tutti! Fanculo soprattutto al mostro che ti cresce nelle viscere, e che ti ha avvinghiato per la vita. Lui che ogni mattina, toc toc, torna inesorabile a bussare per ribadire la sua presenza, profonda, sempiterna. Lui che anche ora, ora che te ne stai qui, immobile e bianca tra le mie braccia, è lì dentro che scalpita, maledetto!
Oddio scusami! Scusami piccola se ho alzato la voce… vieni qui, vieni, abbracciami, appoggiati al mio petto, e fatti cullare un po’, come quando eri piccola e grinzosa.
Oooh, la mia dolce bimba adorata…ninna nanna, ninna oh… questa bimba a chi la do…!

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