“Ma sarà carta o alluminio?! No, forse è plastica”. A me la raccolta differenziata stressa.

rudo

Lo ammetto, e non me ne vergogno neanche tanto: se non mi avessero costretta, io, la raccolta differenziata, non l’avrei mai fatta. Per pigrizia, ma anche per principio: la trovo inutile così come gestita a Roma, oltre che scomoda e lunga. E ho difatti tenuto duro fino all’ultimo. Poi quando, qualche giorno fa, l’Ama mi ha consegnato, direttamente a casa, il kit – sarà stato per l’emozione improvvisa, per la novità (un po’ come quando compro un nuovo paio di scarpe), o per un imprevisto moto di responsabilità civile – ho disposto labustaperilmetalloelaplasticalabustaperlacartaeilcartoncinolabustaperilvetroeilsecchielloperlorganico in un angolo della cucina e…ho avuto un attacco de claustrofobia!!!!

Non sono un’ambientalista, vi sarà ormai piuttosto chiaro, le considerazioni che seguono sono quindi di carattere prettamente pratico. Insomma, non butta la carta a terra (per civiltà, mica per altro), ma la praticità e la comodità, nel mio mondo, vengono (quasi) prima di ogni altra cosa. E la raccolta differenziata non è pratica. No, manco pe’ niente. E lo dico soprattutto con un pensiero rivolto a quanti (la maggior parte, ormai) hanno a disposizione 40 mq di casa…quaranta metri e quattro sacchetti per la spazzatura (quando va bene, perchè a quelli andrebbero aggiunti almeno ilsacchettoperlebatteriedabuttarepoinegliappositicestinielabustaperimaterialinonriciclabili). No, dico quattro, santiddiobenedetto. Più delle sedie intorno al tavolo, incastrati magari tra il divano e la credenza, tra il cesto dei panni e la porta del bagno. Roba che: “Vorrei tanto invitarvi a cena, ma capiteme, ho già i sacchetti della differenziata…!!!”.

Capita così, da sei giorni a questa parte, che mi aggiri per casa con involucri similcartaceiplasticosi cercando di tirare ad indovinare dentro quale busta vadano. Me ne sto lì co’ ‘sto pezzo de carta in mano, come Angelino Alfano con l’ordine di espulsione scritta in kazako, e mi chiedo: “Ma é carta o è plastica?”, “Ma é plastica o alluminio?”. Non so, per esempio, la carta del Kinder Pinguì, ‘ndo va?! Perchè la guardo e mi dico, “non è carta in senso stretto, è lucida, quindi forse è più plastica, però poi dentro è color alluminio…e allora mi sorge un dubbio: ma è solo color alluminio o è alluminio vero?!”
Ah, perché dimentichiamoci i tempi – bei tempi-  quando qualsiasi involucro era semplicemente CARTA ( “Butta la carta”, “Togli la carta”, “Scarta”),  quando esistevano solo vetro, coccio e carta, e quindi tutto quello che non era vetro o coccio era CARTA (piatti di carta, bicchieri di carta, tovaglie di carta). Dimentichiamoceli perché ora, prima di disfarci di qualcosa, dobbiamo per forza sottoporla ad un’analisi tecnochimicaminchiosa, manco stessimo al Cern! E nel minor tempo possibile – perché c’abbiamo comunque ‘na vita al di lá de ‘sta cacchio de differenziata-  dare la risposta esatta.

Non solo. Nell’opuscolo-guida fornito insieme al kit si raccomanda di sciacquare il contenitore prima di buttarlo nell’apposita busta. Allora, parliamone.
Io, secondo loro, utilizzo i piatti di carta (che ora abbiamo peraltro sabilito essere di PLASTICA) – e se lo faccio, vi assicuro, è perché voglio sbrigarmi, o perché non non ho assolutamente voglia perlamordidiosanto di perdere tempo con le mani a mollo nel lavabo, e non perché mi piaccia in maniera particolare tagliare carne e piatto insieme – e poi mi devo metter lì a lavarli?! Quelli de plastica. Non so, volete pure che ve li asciughi?! Così poi potete riutilizzarli voi, con comodo, tra un turno di raccolta e l’altro?! Dai su, facciamo le persone serie.
E non parliamo poi di quel gesto quotidiano e ripetitivo, che fino ad oggi compivamo di fretta, la mattina, prima di andare a lavoro: ovvero, buttare l’immondizia nel cassonetto. Una piccola rincorsa, il braccio coordinato col piede, il primo che si allarga e prende slancio, il secondo che preme la barra per aprire il coperchio, un lancio a mezz’aria e… sbababan, il gioco era fatto. Il sacco era nel cassonetto, l’impegno civile soddisfatto. Ora no. Ora tocca piasse un giorno de ferie per inserire nell’apposito buchetto una bottiglia alla volta, un pezzetto di carta dopo l’altro, una tielletta di alluminio di seguito a una lattina. Sperando peraltro di non trovare la fila, sennò famo come alla posta, tocca pia’ i numeretti…!

“Eh, ma é l’Europa che ce lo impone. E poi è un segnale di civiltá, modernitá, di questo passo saremmo travolti dai rifiuti. No dico, ma ti ricordi Napoli?”, blaterano i dotti. Giusto, giustissimo, ma voi, ribatto io, voi avete invece idea di come funziona nel resto d’Europa, dove ancor prima di un kit hanno una coscienza civile? E prezzi ragionevoli, soprattutto. Pure perchè, ragioniamo: ma se prima pagavamo un tot, con la TARSU, per finanziare raccolta e smaltimento, ora che una parte di quel maledetto smaltimento me lo sbobbino io, a casetta, invasa dai rifiuti che manco ad Acerra…che volemo fa, li abbassiamo ‘sti prezzi?!

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